La storia del nuoto

Origini e diffusione



L'esistenza di pitture murali, incisioni o graffiti che rappresentano scene di nuoto testimonia come presso le antiche popolazioni sviluppatesi in rapporto con l'acqua la capacità di nuotare si fosse affermata in modo naturale, probabilmente non solo a fini utilitaristici.
L'archeologo ungherese László Almásy portò alla luce, negli anni tra il 1933 e il 1935, gli ormai famosi graffiti delle grotte di Gilf el-Kebir in Egitto, che risalgono al 5° millennio a.C.
Tra gli ulteriori reperti si ricorda il sigillo egizio detto 'degli ispettori delle acque', che reca inciso il geroglifico per "l'azione di nuotare". Riprodotto dall'archeologo e storico tedesco Carl Diem nell'opera Körpenkultur im alten Aegypten (Limpert, Berlin 1938), il sigillo raffigura un personaggio che nuota in una sorta di crawl (stile libero), testimoniando così la conoscenza di questa tecnica fin dal 3° millennio a.C.
Altri geroglifici della stessa epoca rappresentano ideograficamente l'azione del nuotare: vi sono raffigurati personaggi con le braccia posizionate una avanzata davanti al capo e l'altra distesa con la mano oltre il fianco; tutti inoltre rappresentano la figura umana con le gambe distese separate, come in una azione dall'alto verso il basso. Al Regno Nuovo (1580-1085 a.C.) risalirebbero invece numerosi cucchiai per unguenti, realizzati sia in legno sia in avorio, su cui è raffigurato il corpo nudo di nuotatrici, con mani e gambe unite e protese, come nella posizione che si assume per scivolare in acqua.
In uno dei bassorilievi di Nimrud, risalente all'880 a.C. e conservato al British Museum di Londra, sono raffigurati tre guerrieri che fuggono a nuoto, due dei quali si sostengono con piccoli otri, mentre il terzo è nella caratteristica posizione con le braccia pronte a spingere in modo alternato e le gambe allungate e leggermente flesse al ginocchio, che sembrano accennare un movimento alternato dei piedi nel piano verticale; la testa è alta con lo sguardo rivolto nella direzione di avanzamento. La prima delle tre figure di guerrieri-nuotatori offre inoltre un'illuminante informazione relativa alle tecniche che potevano allora essere impiegate per vincere e sfruttare le correnti e percorrere in acqua anche grandi distanze: il guerriero procede infatti sostenendosi con una vescica assicurata alla vita, che mantiene gonfia soffiandovi dentro attraverso un budello, la cui apertura e chiusura viene controllata con la mano sinistra, mentre si spinge con la mano e il braccio liberi.
Testimonianze pittoriche tombali sono state ritrovate in Italia, nei territori dell'antica Etruria e della Magna Grecia: tomba della Caccia e della Pesca, o degli Etruschi, a Tarquinia, del 7° secolo a.C.; tomba del Tuffatore, a Paestum, del 6° secolo a.C., prima espressione della pittura greca in Italia. Nelle due rappresentazioni è molto simile la posizione del tuffatore, che si lancia dall'alto delle rocce nel primo caso, verso uno specchio d'acqua dall'alto di una costruzione appositamente realizzata nel secondo caso. Raffigurazioni come quelle di Paestum e di Tarquinia sono la conferma di come nuotare fosse un'attività diffusa e naturale. La tomba etrusca, riportata alla luce nel 1873, rappresenta il tuffo come un gesto tecnicamente evoluto, eseguito alla presenza di spettatori che seguono la scena da una barca, chiaro segno dell'interesse che questo tipo di esibizioni, programmate o estemporanee che fossero, aveva presso gli Etruschi.
Non mancano poi testimonianze della pratica del nuoto presso le antiche popolazioni dell'America o presso quella dei Cafri, nell'Africa sudorientale, l'osservazione delle quali nel corso del 19° secolo fece tra l'altro riscoprire nel mondo occidentale le tecniche più avanzate di nuoto. Tra gli esempi più celebri si ricordano i dipinti murali della camera di Tepantitla a Teotihuacán (presso Città del Messico), che mostrano uomini nell'atto di bagnarsi nelle acque di Tlalocán, paradiso del dio Tlaloc.
Per quanto riguarda le regioni asiatiche, le popolazioni che vivevano lungo il grande fiume Indo costruivano, già dal 3° millennio a.C., città dotate di veri e propri impianti per la balneazione.
Numerose sono inoltre le citazioni bibliche di natatoria (Isaia 22,9; 22,11; 2 Re 20,20) e di allusioni al nuoto (Isaia 25,11; Ezechiele 47,5; Atti 27,42) o ad acque termali (Genesi 36,24).
Sebbene il nuoto non fosse compreso nel programma dei giochi olimpici dell'antichità, i Greci lo praticavano tenendolo in grandissima considerazione. Uno dei peggiori insulti per un greco era definirlo incapace di correre e di nuotare. Le opere di storici come Erodoto (490/480-424 a.C.) o Tucidide (460-395 a.C.) testimoniano della pratica e dell'abilità nel nuoto nel mondo greco: nelle sue Storie Erodoto racconta di gare di nuoto organizzate dal grande re persiano Serse I (485-465 a.C.), mentre nel VII libro delle Guerre del Peloponneso Tucidide narra di come gli Ateniesi, durante la spedizione contro Siracusa, fossero stati in grado di neutralizzare l'effetto di grossi pali che i Siracusani avevano piantato sul fondo del mare, a difesa delle navi ancorate nel porto, grazie all'opera di tuffatori che immergendosi li avevano segati.
Anche presso la cultura romana il nuoto era considerato tra le principali attività sportive, divenendo un vero e proprio fatto agonistico, ed era inoltre praticato come esercizio militare. Oltre al gusto per la pratica termale ‒ a scopo igienico, terapeutico o ludico ‒ sono molte le testimonianze che provano l'interesse dei Romani verso il nuoto, tra le quali si ricorda quella di Cicerone che, nell'orazione Pro Caelio, accenna alla folla di gente che accorreva sul Tevere per nuotare.
Per quanto riguarda le popolazioni del Nord Europa, nel De origine et situ Germanorum Tacito (1°-2° sec. d.C.) racconta che presso i popoli germanici gli eroi erano spesso campioni di nuoto e di tuffi; lo stesso storico ricorda l'abilità nel nuoto dei Batavi, dei Germani e degli Svevi.
Nel Medioevo, contrariamente a un'ipotesi diffusa, non vi fu una netta frattura con la tradizione classica per quanto riguarda la pratica del bagno. Radicalmente modificata fu invece la componente ludica, fortemente contrastata dalla Chiesa; ma se i piaceri derivanti dai balnea mixta ‒ strutture molto diffuse nella tarda antichità ‒ vennero di continuo condannati, l'uso del bagno fu invece sempre favorito e incoraggiato, attribuendo a questa pratica sia un valore simbolico sia uno scopo igienico, sociale e assistenziale. A Roma, tra il 4° e il 5° secolo, fu proprio la Chiesa a svolgere un ruolo fondamentale nella costruzione e gestione dei balnea, come attestano le iniziative in tal senso dei papi Damaso, Ilario e Simmaco (Liber Pontificalis, I, pp. 183, 245, 262), conservando così pressoché intatta la tradizione classica. Numerosa è anche la documentazione per i secoli successivi: dai balnea edificati nel 9° secolo presso la basilica vaticana a Roma (Liber Pontificalis, II, pp. 27-28), alle strutture presenti nei palazzi normanni dell'Italia meridionale, ai bagni termali di Gerona, in Spagna, ricostruiti alla fine del Duecento.
Riguardo invece al nuoto inteso propriamente come attività sportiva, va ricordato il manuale dell'umanista Nicolaus Wynman, il cui primo volume fu pubblicato nel 1538 ad Augusta con il titolo Colymbetes, sive de arte natandi dialogus et festivus et iucundus lectu. Egli descriveva gli stili del dorso e della rana, raccomandando inoltre che non solo i ragazzi, ma anche le giovani si dedicassero all'apprendimento del nuoto. In Inghilterra, il primo manuale fu pubblicato a Londra nel 1587 da Sir Everard Digby, con il titolo De arte natandi libri duo, in cui si spiega dettagliatamente la tecnica del nuoto sul fianco. Nel 1696 Melchisédech Thévenot dette alle stampe a Parigi (ed. Moette) la sua Art de nager, mentre nel 1794 il diacono Oronzio De Bernardi pubblicò L'uomo galleggiante, o sia l'arte ragionata del nuoto (Napoli, Stamperia reale), che sull'argomento divenne l'opera più tradotta e più letta in Europa, dove si stava diffondendo anche l'uso dei bagni di mare accanto a quelli termali.